martedì 25 marzo 2014

Evo - Una Biografia

Un reduce appena ventiduenne finisce, non si sa come, non si sa perché, nel suo vecchio liceo, nel pieno di un’occupazione. Le cose si mettono male in un amen.
La polizia circonda la baracca con intenzioni tutt’altro che amichevoli: tradotto, avete fino a domattina per levare le tende o entriamo a farvi il culo. Ma il bello è che dentro il liceo si aggira un demone, qualcosa di particolarmente oscuro e infinitamente incazzato con il nostro reduce: qualcosa dal suo passato. E, ciliegina, prima che passi ‘a nuttata, il nostro tipo fa in tempo a innamorarsi di una ragazza autistica. Bene, per farla breve, tutto degenererà in una spremuta di sangue generale. Ah, dimenticavo, l’anno è il 2020 o giù di lì e siamo in pieno territorio cyberpunk.
Questa, per sommi capi, l’idea per un romanzetto che mi saltò in testa nell’Anno di Grazia 1994, mentre prestavo servizio sotto le armi: era settembre o giù di lì ed ero appena uscito dalla visione di Pulp Fiction.
Scrissi qualche riga, forse un capitolo, poi decisi che era troppo faticoso e che onestamente non avevo le idee così chiare e tutto finì nel cassetto.
Cassetto che si aprì magicamente durante una chiacchierata con Andrea Vignali: ora, al tempo Andrea era simpaticamente chiamato Andreino. Non perché fosse minuto, ci mancherebbe, ma semplicemente perché era davvero un cucciolo e nel nostro gruppo di ultra-ventenni, staccava eccome. Ci eravamo conosciuti grazie al negozio di giochi di ruolo e fumetti che ai tempi andava per la maggiore in quel di Massa: L’Antro del Drago, un vero e proprio tempio, un santuario all’interno del quale si erano strette e sciolte amicizie, in cui erano sorti e decaduti funambolici progetti editoriali e in cui, sostanzialmente, per dieci anni e passa io e altri ragazzi avevamo trovato un’estensione di casa. Al tempo “lavoravo” come Dungeon Master per l’Antro, avevo aperto una lista libera per due campagne da masterizzare lì in negozio: una di Advanced Dungeons & Dragons, ambientazione Dark Sun, e una di Shadowrun. Andrea aveva scelto Dark Sun e da lì a finire a giocare anche nelle nostre sedute private, con il suo gladiatore Thri-Kreen, ci mise poco: aveva tredici anni e mezzo a fronte dei nostri diciannove-venti. Il bello di Andre è questo, non si spaventa davanti a niente (e infatti, come ben saprete, è riuscito a farsi rapire da un gruppo affiliato ad Al-Qaeda... anche se temo che a quel giro si sia spaventato eccome!). Crescendo il mio giovane amico sviluppò l’insano desiderio di scrivere fumetti e me ne parlò: io che negli anni novanta di fumetti non volevo davvero sentirne parlare, gli buttai lì l’idea che mi era saltata in testa nel settembre del 94, dicendo che al momento non avevo voglia di svilupparla, ma che poteva farlo lui, con la mia supervisione. Insieme decidemmo che la storia non era poi così schifosa e che, con i dovuti accorgimenti, avremmo potuto cavarne fuori qualcosa. Gli accorgimenti contemplarono l’abbandono di qualsiasi scemenza pseudo-cyberpunk con il conseguente spostamento temporale a “qui, ora” e il potenziamento della storia di amore sulla falsa riga di quelle ballads Made in Guns ‘n Roses/Skid Row/Bon Jovi che tanto ci piacevano (sotto-sotto siamo sempre stati due sentimentaloni).
Scrivere il soggetto fu cosa rapida e Andrea si mise al lavoro sulla sceneggiatura: entrambi, al tempo, divoravamo vagonate di Miller: un po’ a colazione, qualcosina a pranzo, abbondante all’ora di merenda e in grandi quantità di notte. Devil, Elektra e, naturalmente, Sin City. E questo spiega la quantità di didascalie.
La prima stesura di Evo contava 48 tavole. Andrea la scrisse su un quadernone e io la ricopiai diligentemente su word. Dopo averla riletta concordammo che sì, era una figata. Ma se nelle nostre povere menti pensavamo di aver fatto metà del lavoro, ancora dovevamo scontrarci con la dura realtà del fumetto: ovvero trovare un disegnatore. E mentre gli anni passavano ed Evo assumeva contorni sempre più utopistici nelle nostre menti (oltre ad aver previsto, a modo suo, la tragedia della Diaz, in quel di Genova), arrivò il 2002. E arrivò Mik. Fu Andrea a proporlo. Lui e Mik erano amici da un pezzo e anche io avevo ricordi del Bertilorenzi, da quando frequentavamo il dojo dello Shotokan Karatè Massa: certo, lui era nel corso dei più piccoli ma qualche volta ci eravamo incrociati nei turni pomeridiani, finendo immancabilmente per parlare di giochi di ruolo (Mik era al tempo ed è tuttora un adoratore del gdr tutto italiano Kata Kumbas... recuperatelo se potete/riuscite!). Devo confessare che di primo acchito l’idea di coinvolgere Mik non mi esaltò: sapevo che il giovine si stava dedicando alla nobile arte del disegno, ma le uniche sue cose che avevo visto, tramite Andrea, contemplavano anatomie ipertropifiche di barbari capelluti e valchirie scosciate. Non esattamente in linea con una storia pseudo horror a base di liceali, sfighe amorose e proclami politici da okkupazione. Andrea mi rassicurò sul fatto che i barbari e le valchirie erano roba di eoni fa e che Mik nel frattempo era diventato un disegnatore coi controcazzi. A supporto di questa teoria mi mostrò la storia che aveva realizzato come saggio di fine corso della Scuola di Comics: bastò e avanzò a convincermi. Così, ci mettemmo al lavoro. La prima bozza di Evo, una storiella di 4 tavole a colori racchiusa in uno sciccosissimo volumetto con studi dei personaggi, ambientazione e chi più ne ha più ne metta, finì fra le mani di alcuni selezionatissimi (maddai!) editori a Lucca 2002: era la prima volta che presentavamo un progetto a qualcuno, in fiera, un’esperienza esaltante e raccapricciante allo stesso tempo. Oggi, quando ripenso a quei tre ingenui fantotti che se ne andavano per Lucca con il loro volumetto mi viene da sorridere: ogni stand che incontravamo ci sembrava ospitare gli editori più fighi sulla faccia della terra, davanti a noi si apriva un mondo di opportunità. E gli editori, dovevi vederli! Tutti che si atteggiavano come se fossero la Marvel o la Dc: un mondo magico! Nessuno di noi poteva sapere che a Lucca, già nel 2002, di editori veri in Italia ce ne saranno stati sì e no 2 o 3: e nessuno di loro poteva essere interessato, per svariati motivi, alla nostra storia. Per farla breve, a parte qualche mirabolante sparata di qualche pseudo-editore (che ebbe il funesto effetto di gasarci) ce ne tornammo da Lucca con un bel niente. E allora ecco partire il piano B: Angouleme. Ora, nell’immaginario di molti, andare ad Angouleme con un progetto significa automaticamente piazzarlo. Cioè, io vado in Francia col mio fumettino e in Francia c’è qualche francese pieno di soldi che ha una casa editrice francese fighissima che vede la tua minchiata, salta sulla sedia esclamando “mon dieu!” e ti stacca un assegno facendoti diventare un fumettista ricco+famoso a tutti gli effetti. E’ facile, me l’ha detto quello lì, hai presente? No, lui non l’hanno pubblicato, ma ha sentito che a un tipo è successo. No, non lo consoce di persona, ma gliel’ha detto un tipo che conosce il tipo. Insomma, la stronzata della Francia stava prendendo forma. Io, che ro un po’ più vecchiotto dei due miei pard (o forse un pelino più cinico) avevo già capito l’antifona: 1) le cose facili nella vita ci saranno, ma capitano sempre agli altri, non a me. Tutte le cose me le ero sempre dovute sudare almeno un po’ e non credevo all’idea di un francese multimilionario in attesa della nostra venuta più di quanto credessi a Babbo Natale. 2) Era un momento critico. Dovevo decidere di abbandonare per sempre gli studi e diventare un onesto contribuente a tempo pieno. Partire per la Francia inseguendo un’improbabile carriera di fumettista non mi sembrava una grande idea.
Alla fine prevalse la linea di Andrea e Mik: noleggiare un camper e partire alla volta di Angouleme con un volumetto ancor più figo di quello che avevamo preparato per Lucca. Ora, non voglio raccontarvi il viaggio perché fu una delle cose più rocambolesche che mi sia mai capitata: vi basti sapere che tornammo a casa profondamente cambiati (quello che cambiò più di tutti fu il camper... ma non nel modo che piacque a chi ce l’aveva noleggiato) e che da quell’avventura sarebbe  nata la più grande casa editrice indipendente di comics che il bel Peaese abbia mai visto. Quello che successe davvero ad Angouleme, per quel che mi riguarda, è che non successe niente. Sì, un tizio di Soleil ci chiese di fare qualche tavola in più e che il progetto era carino. Ma essenzialmente, i francesi ricchi quell’anno dovevano essere rimasti a casa a sorseggiare cognac e Angouleme non servì a trovare una sistemazione per Evo. Nella tristezza, nella consapevolezza che qualcosa era andato storto, scivolarono via gli anni. Evo si riaffacciava timidamente, di tanto in tanto, nei nostri discorsi. Andrea se ne andò da Massa cominciando a lavorare a Roma, io e Mik uscimmo da Angouleme uniti da una rinnovata amicizia e da uno strano legame che ci avrebbe portato prima ad abbozzare Bren Gattonero, poi alla vittoria di Lanciano nel Fumetto e infine a Madadh e alla fondazione del Crazy Camper. E mentre tutte queste novità andavano a impilarsi l’una sopra l’altra, nell’estate del 2006, ebbri di un mondiale appena vinto e propensi a intravedere speranza nel genere umano, io e Andrea contattammo un nuovo disegnatore per la nostra storia: il tipo mi aveva colpito notevolmente. Aveva un segno strano, questo sì, molto “d’autore”, ma secondo me poteva funzionare. Il tipo in questione si diede rapidamente alla macchia ma io riuscii a stanarlo in seguito proponendogli un nuovo progetto: Il Cimitero dei Calamari. Ebbene sì, sto parlando di Tiziano Angri. E in parte è stato grazie al Cimitero se Evo ha suscitato l’attenzione di Double Shot, un anno dopo. Dopo la vittoria del Lucca Project Contest avevo deciso di proporre Evo a un disegnatore con il quale avevo appena collaborato su Madadh. Di lui non mi aveva colpito soltanto la qualità incredibile delle tavole, ma anche la serietà, la dedizione con cui le aveva sfornate. Francesco Trifogli fu l’esimo disegnatore a cimentarsi con Ezra, Fiore e Rasoio e fu, finalmente, quello giusto. Quando incontrai Alessio D’Uva di Double Shot, un anno dopo, forte della mia pubblicazione con Panini e delle meravigliose tavole di Francesco capii che finalmente eravamo a una svolta. La sceneggiatura di Evo venne pesantemente rimaneggiata, ampliata: da 48 a 54 pagine, da 54 a 60, da 60 a 76 e infine a 80. E Francesco non ci mandò affanculo nemmeno una volta (come potete non augurare tutto il bene possibile a un uomo del genere?).
Nella primavera del 2009, in occasione del Comicon di Napoli, il primo volume di Evo, “La Ragazza del Fiume” vedeva finalmente la luce: tutto mentre era già in lavorazione il secondo albo “Il Tempo delle Fiabe” affidato al lanciatissimo Andrea Del Campo (Andrea aveva già lavorato a qualche tavola di Evo, tre anni prima, rinunciando perché ingaggiato su “John Doe”).
Ma a questo punto è successo qualcosa che io e Andrea non avevamo previsto: e cioè, Evo non è diventato un best seller. E non è stato nemmeno acclamato dalla critica, anzi: le poche recensioni che beccai in giro parlavano di una storia banalotta e mangheggiante nello spirito, un volume nel quale si salvavano giusto i disegni di Trifogli. Ci rimasi di merda. Possibile che avessi mitizzato a tal punto il nostro fumetto? Possibile che avessi confuso la merda con la cioccolata? Attenzione, non sto dicendo che “La Ragazza del Fiume” fosse esente da difetti, ci mancherebbe, solo...
Lessi e rilessi l’albo, cercando di tenere lontani tutti i trascorsi emotivi che avevano portato alla sua realizzazione (cosa quasi impossibile): non capivo. Cioè, di roba scadente in giro ne vedevo parecchia, roba molto-molto-molto più scadente di Evo... e non le era stata riservata la stessa freddezza. Non. Capivo.
Evo ci era costato e non solo in termini di stress, anche in termini economici (l’accordo con DoubleShot prevedeva che noi pagassimo le stampe, benché con tempi belli blandi): il secondo volume uscì lo stesso a Lucca, ma era destinato a seguire le sorti del primo (se non hai venduto il primo, come puoi sperare di piazzare il secondo?). Ora, l’idea di pensare a un terzo volume diventava un miraggio e mi faceva incazzare di brutto: odio lasciare le cose a metà.
Nonostante tutto, negli anni successivi, alle fiere capitava sempre qualcuno che chiedeva il terzo volume: incredibilmente, a qualcuno Evo era piaciuto. E il fantomatico terzo volume era stato realizzato già in parte da una ragazza dal talento cristallino: Eleonora Nanni. Ma, per motivi puramente economici, non ero pronto a portarlo fino in fondo e non potevo tenere in stand by tutta la vita una delle disegnatrici più promettenti dell’italico stivale. Evo 3 ce l’avrebbe fatta solo nella disastrosa Lucca del 2012, ben tre anni dopo l’uscita del secondo volume e solo grazie all’intervento provvidenziale di Davide Castelluccio per completare le tavole che mancavano: ma come già raccontato da altre parti, quella Lucca fu tutt’altro che rose e fiori per il Camper, assomigliò più a una ginocchiata nei coglioni. E Evo c’era.
Beh, gente, questa la storia fino a qui.
La storia che potete leggere tranquillamente in una pagina di questo sito/blog. Mancherebbe un quarto e ultimo volume e qualcuno è anche venuto a chiederlo, lo scorso novembre.
Ragazzi, le cose stanno così: al momento non esiste una data di uscita probabile per il finale di Evo. E una persona sana di mente a questo punto avrebbe già abbandonato la nave, pensando a salvare il salvabile. Ma il fatto è, vedete, che io non sono una persona completamente sana di mente.
E che è successa una cosa: un aneddoto che mi ha raccontato Mik.
Da qualche anno il Bertilorenzi insegna fumetto americano alla Scuola Internazionale di Comics di Firenze: una volta gli è capitato, fra una lezione e l’altra, di beccare una ragazza che stava leggendo il primo volume di Evo. Lui si è avvicinato per chiederle se le piacesse e la ragazza gli ha risposto, alzando gli occhi: “E’ bellissimo.”
Ecco quello che mi frega.
Perché se davvero riesco a parlare a qualcuno che ha molti anni meno di me, se davvero riesco a farmi capire, allora ne vale la pena, cazzo. Ne varrà sempre la pena. Anche se c’è chi ha detto che Evo è stupidotto e banale. Anche se i soldi che ci abbiamo messo li abbiamo rivisti col lanternino. Anche se il Tommaso del 1994 e quello del 2014 sono due persone completamente diverse.
Ne vale la pena.

E solo il tempo, solo il fottutissimo tempo potrà dirci come andrà a finire. 

Tommy



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